Danse Macabre op. 40 - Camille Saint-Saëns

Nato nel 1835 a Parigi, Camille Saint-Saëns inizia la sua carriera musicale da giovanissimo: a tre anni sa leggere e scrivere, a sette tiene il suo primo concerto. Non solo organista e didatta di grande fama ma intellettuale poliedrico: si dedicò alle più svariate discipline dalle scienze alla filosofia. Viaggia in tutto il mondo per poi stabilirsi ad Algeri, dove muore nel 1921.

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La Danse macabre op. 40 nasce come brano cantato, la versione orchestrale viene eseguita per la prima volta a Parigi nel 1874.

Il tema della danza macabra è di origine tardomedievale: rappresenta una grottesca danza tra uomini e scheletri, quasi un rito scaramantico in reazione alle gravi ondate di epidemia di peste del Trecento. Una sorta di memento mori utilizzato dal popolo per prendersi gioco delle gerarchie sociali, ricordando ai nobili che, davanti alla morte, si è tutti uguali. L’autore utilizza come testo un poemetto di Henri Cazalis ispirato alla celebre ballata di Goethe Totentanz. Saint-Saëns realizzerà una vera e propria danza che mantiene lo spirito catartico dell’iconografia medievale.

Il compositore, mediante fantasiosi espedienti, riesce ad evocare magistralmente gli episodi narrati nel testo di Cazalis:

I raggi della luna filtrano a intervalli fra nuvole a brandelli. Dodici cupi rintocchi risuonano dal campanile della chiesa. Svanito l’ultimo di essi, si odono strani rumori dall’attiguo cimitero, e la luce della luna investe una fantomatica figura: la Morte, che suona il violino, seduta su una pietra tombale. Si odono strida dai sepolcri circostanti e il vento ulula fra le cime degli alberi spogli. Le note sinistre dello scordato violino della Morte chiamano i morti fuori dalle tombe; e questi, avvolti in bianchi sudari, volteggiano attorno in una danza infernale. La quiete del sacro recinto è distrutta da grida sorde e risa orribili. La ridda degli scheletri, col rumore secco delle ossa, diviene sempre più selvaggia, e la Morte, nel mezzo, batte il tempo col suo piede scricchiolante di scheletro. Improvvisamente, come presi da un sospetto terribile, i morti si arrestano. Nel vento gelido si sentono le note della Morte. Un fremito percorre i ranghi dei trapassati: i teschi sogghignanti si rivolgono in ascolto verso la pallida luna. Ma le note stridenti della Morte di nuovo rompono il silenzio, e i morti riprendono a danzare più selvaggiamente di prima. L’ululo del vento si unisce al coro dei fantasmi, gemendo fra i rami nudi dei tigli. D’improvviso la Morte smette di suonare, e nel silenzio che segue si ode il canto del gallo. I morti si affrettano verso le tombe e la fatale visione svanisce nella luce dell’alba.

I dodici rintocchi della mezzanotte sono eseguiti pizzicando una corda d’arpa, si odono strani passi nel cimitero riprodotti da un contrabbasso pizzicato e, successivamente, appare la Morte rappresentata da un violino con la corda più acuta appositamente scordata.

Il primo tema rappresenta i corpi dei defunti che si levano dalle tombe, evocati attraverso flauti dalle tetre sonorità. Avvolti in bianchi sudari si mettono a ballare forsennatamente: questa scena è descritta dal violino e dall’orchestra, accompagnati dai rintocchi del triangolo e dei timpani. Le grida e le risate dei defunti sono evocate dai suoni violenti degli ottoni.

Dopo un continuo e inesorabile crescendo accompagnato dall’orchestra completa, tutto si arresta improvvisamente; si sente solo un oboe, il canto del gallo che annuncia l’alba. La morte, vinta dall’arrivo del giorno, suona il suo tema conclusivo. Il brano termina con un pizzicato d’archi dal sapore ironico.

Nella versione per quattro chitarre tutti gli effetti sopra descritti sono ricreati valorizzando e sfruttando le capacità timbrico-dinamiche dello strumento.

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